OMICIDIO DELLO SCHIZOFRENICO, OMICIDIO NELLO SCHIZOFRENICO: PROFILI DI IMPUTABILITA’

25.06.2013 22:45

Numerosi sono gli studi sulla relazione tra malattia mentale e criminalità violenta, tra schizofrenia ed omicidio: ad esempio sappiamo che la schizofrenia si associa ad un aumento del rischio di omicidio, ma sappiamo anche che la maggiori parte degli psicotici non compie crimini violenti. Solo il 10% degli schizofrenici compie reati violenti, contro ad esempio il 25% degli alcolisti, il 35% dei tossicodipendenti e circa l’80% dei soggetti con disturbo antisociale di personalità. I reati violenti degli psicotici sono più frequenti nei confronti dei familiari e delle persone più significative del loro ambiente.

Quando un soggetto schizofrenico compie un omicidio scatena nell’immaginario collettivo, nell’ opinione pubblica e nei media una serie di commenti basati su pregiudizi o false teorie, che  volte  sfiorano gli stessi operatori della salute mentale: false teorie come quella dell’”omicidio a ciel sereno”, dell’”omicidio casuale”, dell’”omicidio efferato - tipico degli schizofrenici-”; ed infine dell’”omicidio legato esclusivamente e totalmente  alla malattia ed in particolar modo all’attività delirante o dispercettiva”.

Sebbene quest’ultima affermazione si riveli poi il più delle volte veritiera, non possiamo non ricordare, come ben sottolinea NIVOLI, che “esistono (negli schizofrenici) anche motivazioni all’omicidio del tutto indipendenti da qualsiasi delirio e, in questo senso, del tutto sovrapponibili a quelle degli omicidi compiuti da un soggetto non dichiarato poi infermo di mente, (omicidio nel corso di una rapina, nel corso di una violenza carnale, per conflitti di interessi economici, per gelosia, per litigi banali in corso di ebbrezza alcolica, etc. ).”

Non ritengo infatti corretto sostenere nel soggetto schizofrenico un’indiscriminata ed apodittica incapacità di intendere e di volere, considerato che sono comunque presenti nella carriera schizofrenica degli intervalli di relativo equilibrio e compenso che possono permettere al soggetto un’autonoma libertà di autodeterminazione.

Proprio su questo punto intendo esprimere alcune riflessioni, per sottolineare come sia rischioso considerare un assioma l’identificazione tra gravi malattie mentali e infermità di mente, (ricordiamo a tale proposito il concetto di – valore di malattia –così ben chiarito da FORNARI); per confutare il detto comune che “qualunque cosa faccia una schizofrenico è per forza dovuto alla malattia”; per recuperare l’idea che anche un soggetto schizofrenico ha i suoi spazi di libertà, libertà di vivere, di sbagliare e anche di uccidere.

Il suddetto concetto di “valore di malattia” porta infatti a sostenere l’idea che un soggetto schizofrenico sia imputabile per ogni delitto commesso che non sia riconducibile alla sua psicopatologia in senso proprio od ad un suo stato delirante.

Spesso infatti sembriamo dimenticare che esiste nelle persone, e quindi anche negli schizofrenici, una “storia” di comportamenti violenti, su base etologica, familiare, culturale, ed una “psicopatologia del comportamento violento”, che ha sempre un ruolo di grande rilievo nelle condotte omicidarie: la maggior parte degli individui che commettono omicidi infatti non è dichiarata inferma di mente secondo i nostri criteri infatti, così come la maggior parte degli schizofrenici, pur paranoidi con delirio di persecuzione, non giungerà mai a uccidere.  La difficoltà sarà quindi estrema a livello peritale, quando si dovranno distinguere e pesare in modo differente le due psicopatologie (della schizofrenia e del comportamento violento), sia a livello teorico, che a livello dell’influenza e delle  conseguenze sull’atto omicidario. Col rischio della sovrastima del “momento” schizofrenico sul “momento” puramente violento.

Non potrà dunque mai uno schizofrenico reagire con un comportamento “puramente violento” ad un’offesa reale, ad un’aggressione fisica, ad una minaccia alla propria vita, alla minaccia alla vita di un suo familiare? Minacce reali e non appartenenti ad un delirio, ad un’allucinazione, ad una proiezione?

Esporrò ora due casi clinici di omicidi compiuti da soggetti schizofrenici  : nel primo si tratta di uno  schizofrenico paranoide, ospite cronico dei servizi territoriali, che in una comunità uccide il compagno di camera, ai cui  accertamenti peritali susseguenti ho partecipato direttamente.

Nel secondo caso si tratta invece di un omicidio commesso circa 25 anni fa del quale ho potuto recuperare la documentazione investigativa e peritale: la conclusione delle due attività peritali è stata la stessa, totale incapacità di intendere e di volere, ma mentre nel primo caso le conclusioni appaiono “scontate” (per quanto di scontato vi possa essere nella psichiatria forense), nel secondo le conclusioni mi hanno lasciato parecchi dubbi ed hanno stimolato queste mie riflessioni.

T.S. 64 anni, diagnosticato schizofrenico paranoide all’età di 19 anni, una vita trascorsa per la maggior parte nelle strutture psichiatriche, prima in OPP, poi in varie strutture territoriali. Ospitato in una comunità da 4 anni alterna momenti di tranquillità, remissività, apatia, a periodi di agitazione psicomotoria legata a riacutizzazioni deliranti persecutorie. Negli ultimi tempi aveva sviluppato un’ideazione delirante persecutoria nei confronti del compagno di camera, accusandolo di sottrargli cibo e vestiario, accompagnato da probabili fenomeni dispercettivi di tipo allucinatorio. Gli viene cambiata la camera, aumentata la terapia antipsicotica, ma una notte si alza, va nella camera dove era il suo ex compagno e lo accoltella.

P.V. 33 anni, con diagnosi di schizofrenia all’età di 21 anni; mai ricoverato, ma sempre seguito ambulatorialmente da specialisti privati e dai servizi pubblici; in anamnesi una padre alcolista, una madre depressa, un fratello maggiore di 2 anni con ritardo mentale. Racconta che da bambino ha assistito settimanalmente ai rientri notturni del padre ubriaco che entrava in casa urlando e costringendo la madre a subire dei rapporti sessuali spesso violenti. La condotta alcolica del padre negli ultimi anni si è un po’ ridotta, ma non così la violenze fisiche e verbali contro la madre; il fratello, ospitato in una struttura protetta, rientra a casa periodicamente ma non può che assistere impotente alle violenze del padre. Un giorno, durante l’ennesima azione violenta del padre contro la madre, egli prende il fucile da caccia del padre, imprudentemente lasciato in un armadio facilmente apribile, e lo uccide. Poi attende l’arrivo dei CC cui racconta in modo adeguato l’accaduto.

 

Comunicazione presentata al "XXIV Congresso Nazionale della Società Italiana di Criminologia" - Como, 14-16 Ottobre 2010